C’è un nesso tra l’ipoacusia e le 4 “D”: depressione, demenza, dipendenza, decesso

News

Uno studio osservazionale francese della durata di 25 anni conferma la stretta relazione tra l’ipoacusia e il rischio notevolmente aumentato di insorgenza di altri eventi avversi.
L’ipoacusia interessa il 30% delle persone ultrasessantacinquenni, percentuale che s’innalza drasticamente al 70-90% per la popolazione over 85. Una così alta incidenza di questa patologia cronica, la terza in ordine di importanza tra la popolazione geriatrica, comporta una serie d’implicazioni per l’individuo, tra le quali isolamento sociale e depressione, funzioni fisiche alterate, ridotta partecipazione alle attività quotidiane, peggioramento della qualità di vita, cadute, declino cognitivo più rapido e rischio considerevolmente aumentato di demenza.
Nonostante questi scenari siano conosciuti, non esistono evidenze tali da quantificare con precisione la reale entità di un fenomeno tanto articolato. Gli studi fino a oggi condotti, pur avanzando ipotesi di rimediazione, non sono esaustivi a causa dei numeri ridotti dei campioni osservati e, soprattutto, della scarsa durata dell’osservazione.

Un contributo importante per la definizione più precisa delle correlazioni tra ipoacusia ed effetti collaterali è stato apportato dallo studio condotto a Bordeaux da Hélène Amieva e colleghi, pubblicato a gennaio 2018 su Journals of Gerontology: Medical Sciences.
Lo studio è parte del PAQUID, una ricerca epidemiologica prospettica francese iniziata nel 1992, basata su interviste fatte a domicilio da psicologi formati a un campione di 3.777 anziani over 65. Il PAQUID prevede un follow up di 25 anni e consiste nel valutare le relazioni esistenti tra le abilità uditive dei soggetti e quattro eventi avversi: decesso, demenza, depressione e disabilità.

Nella fase iniziale dello studio è stato proposto al campione un breve questionario sulle abilità uditive individuali, valutando situazioni di ascolto multiplo e in presenza di rumore, oltre all’eventuale utilizzo di apparecchi acustici. In occasione dei follow up successivi, per l’intero arco dei 25 anni di durata dello studio, sono stati monitorati: stato di salute ed eventuale data di decesso dei soggetti del campione, presenza di sintomi depressivi attraverso il test CES-D, abilità nell’esecuzione di attività quotidiane di base e strumentali (per esempio uso del telefono, gestione individuale delle terapie mediche, ecc.) e deficit cognitivi gravi (demenza). Il monitoraggio è avvenuto attraverso un percorso progressivo, iniziato con una valutazione neuropsicologica, seguita da unavisita neurologica o geriatrica e confermata infine dalla diagnosi di demenza da parte di un’equipe di neurologi. La demenza accertata all’inizio del test è stata causa di esclusione dal campione di studio.
I risultati emersi sono significativi:

  • Sul campione finale di 3.588 soggetti inclusi nella ricerca, di età media di 75,3 anni, un terzo ha dichiarato deficit uditivi e mancato utilizzo di apparecchi acustici.
  • I soggetti ipoacusici hanno evidenziato un incremento esponenziale del rischio di demenza e di disabilità di esecuzione della attività quotidiane.
  • Relativamente alla variabile depressione, una prima valutazione indipendente dal genere non ha mostrato differenze tra soggetti ipoacusici (con o senza apparecchi acustici) e normoudenti; a un’analisi più stratificata, però, i soggetti di sesso maschile non utilizzatori di apparecchi acustici si sono dimostrati più esposti al rischio di depressione rispetto agli utilizzatori.
  • Anche riguardo alle abilità di esecuzione delle attività quotidiane, semplici o strumentali, è stata registrata una netta differenza tra soggetti con disturbi uditivi e soggetti normoudenti.
  • Il rischio di mortalità si è dimostrato indipendente rispetto al deficit uditivo, sia esso compensato da apparecchi acustici o meno.



Fonte: Hélène Amieva, PhD, Camille Ouvrard, PhD, Céline Meillon, MSc, Laetitia Rullier, PhD, and Jean-Françoise Dartigues, MD, PhD. Death, Depression, Disability, and Dementia Associated With Self-reported Hearing Problems: A 25-Year Study. Journals of Gerontology. MEDICAL SCIENCES, 2018, Vol. 00, No. 00, 1–7