Stili di vita e udito

Focus medico

La riduzione della capacità uditiva è una delle più prevalenti condizioni croniche dopo ipertensione e artrite. In aumento a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, comincia a interessare anche i giovani a causa del frequente utilizzo di dispositivi per l’ascolto della musica in cuffia (mp3, smartphone, iPhone), spesso ad alto volume. Il numero delle persone con problemi di udito è più che raddoppiato nel periodo 1995-2004, passando da 120 milioni a 275 milioni e arrivando, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ai 400 milioni attuali.
Oltre ai fattori genetici, al rumore, alle patologie infiammatorie, all’uso/abuso di farmaci ototossici, completano il quadro dei fenomeni che fanno insorgere o aggravano il deficit uditivo lo stile di vita e l’alimentazione.

La diretta correlazione tra stile di vita e riduzione della capacità uditiva è materia di studio da diversi anni. La valutazione delle caratteristiche demografiche e lo studio dei fattori di rischio associati alla perdita uditiva variano da nazione a nazione e, spesso, anche all’interno della stessa area geografica, in quanto differenti per tradizioni e abitudini locali. Generalmente i dati che vengono presi in considerazione fanno riferimento a età, sesso, consumo di tabacco, background educativo, esposizione al rumore professionale, obesità, alcool, ipertensione, diabete, ipercolesterolemia e funzionalità renale. Diversi studi scientifici hanno dimostrato lo stretto legame tra aumento dell'età, uso di tabacco, educazione, ipertensione e compromissione dell'udito sulle alte frequenze. Questi studi suggeriscono che le persone con fattori di rischio cardiovascolari come ipertensione, diabete, fumo, ipercolesterolemia sono particolarmente a rischio di sviluppare problemi di udito.

Se si analizzano le varie patologie, si evidenzia che la presenza di iperglicemia o diabete conclamato aumenta il rischio di deficit uditivo sulle alte frequenze, ma non sulle medie-basse frequenze. Il danno è probabilmente determinato da una microangiopatia cocleare e degenerazione della stria vasculare con perdita delle cellule ciliate esterne. Il fenomeno si aggrava, con interessamento anche delle basse frequenze, se contemporaneamente c’è esposizione al rumore. È noto, infatti, che l'esposizione al rumore professionale contribuisce fino al 37% di tutte le cause di perdita dell'udito in età adulta; inizialmente il danno si esprime sulle altissime frequenze per poi estendersi alle medie e basse frequenze.

 
Nei fumatori vi sono inoltre più probabilità di avere problemi di udito. Il meccanismo responsabile dell'effetto del fumo sulla perdita dell'udito non è chiaro; tuttavia, alcuni studi hanno suggerito che gli effetti ototossici diretti della nicotina sulle cellule ciliate cocleari si esprimano con una riduzione dell’ossigeno disponibile per le normali funzioni neurali, con conseguente danno e morte cellulare.

L’ipertensione arteriosa, l’ipercolesterolemia e, più in generale, tutti i fattori di rischio cardiovascolare sono correlati a un aumento del rischio di sviluppare problemi di udito. Gli studi hanno riportato che il fenomeno è determinato da un meccanismo riconducibile all’aterosclerosi. L’ipertensione arteriosa determina danni vascolari anche cocleari che si esprimono, inizialmente, sulle alte frequenze. Successivamente, se il fenomeno non è controllato, il danno si estende sulle frequenze medie e basse. Il danno viene aggravato da una riduzione della funzionalità renale o da una vera e propria insufficienza renale.

Infine, più in generale, le condizioni ambientali, la scolarità e le caratteristiche sociali determinano un migliore accesso all'assistenza sanitaria, a una più accurata alimentazione e a una prevenzione più efficace. Il tutto si esprime con una riduzione della malattia e, nello specifico, con una migliore prevenzione del danno uditivo.

La perdita dell'udito può limitare significativamente la comunicazione e i rapporti sociali, con conseguente diminuzione della qualità di vita a cui, negli ultimi anni, si è aggiunta la pericolosa relazione con il rischio di sviluppo di deficit cognitivi.
 

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