Intervista a Frank Lin: la perdita dell’udito? Una condizione cronica. Ora troviamo la soluzione

Intervista stampa 01 - 22 marzo 2018 | EXPERT: i protagonisti dell'udito

Frank Lin, professore presso la John Hopkins University di Baltimora ed ex membro del comitato per l’Obamacare, parla del futuro prossimo e di come potrebbero cambiare cure e attenzioni per le persone ipoacusiche. La perdita dell’udito è endemica dopo i 65 anni, ma è anche il maggiore tra i fattori di rischio del declino cognitivo modificabili per prevenire l’insorgenza della malattia.

Si chiama Frank Lin, ha 41 anni ed è un luminare nel mondo dell’udito. Lavora da anni alla John Hopkins University di Baltimora e sta compiendo degli studi approfonditi sulla correlazione fra perdita di udito negli adulti e declino cognitivo. 
Lo abbiamo incontrato a Milano, nella sede del CRS Amplifon, presso cui è stato invitato per parlare con alcuni tra i maggiori esperti italiani nel campo dell’udito in merito al futuro dell’otologia a livello mondiale. Le previsioni indicano infatti che nel 2050 ci sarà più di un miliardo di persone afflitte da problemi di ipoacusia. 

Affabile, disponibile, padre di tre figli, Frank Lin ha un sogno nel cassetto: vivere per un po’ oltre oceano, magari in Europa. E, tra le mete preferite, si lascia sfuggire che abitare in Svizzera, dove ha lavorato a Lucerna con il prof. Thomas Linder, non gli dispiacerebbe affatto. Ma è a Baltimora, sede della John Hopkins University e vicina a Washington, dove ha conseguito i migliori risultati. È stato infatti tra i rappresentanti del comitato per la riforma sanitaria di Barack Obama del 2010 (Obamacare) e un attivo promotore della legge “Over the Counter Hearing Aid Act”, approvata dal senato statunitense lo scorso agosto, che entro 2020 porterà grandi novità nell’industria dei device per l’udito.

Professor Lin, secondo lei, quanto è importante l’udito rispetto agli altri sensi?
Se pensiamo su scala universale, direi che è il senso numero uno, dal momento che la comunicazione, il parlare e il potersi spiegare dipendono dall’udito. Se non si sente, non ci si può esprimere, non si capisce cosa avviene, non si può interagire. L’udito è la porta della comprensione e dell’interazione, necessarie per il vivere quotidiano.

C’è una crescita nella popolazione di “nuovi sordi”: quali sono le ragioni?
La perdita dell’udito è una condizione endemica e avviene, inesorabilmente, dai 65/70 anni in poi. È ovvio che il fenomeno sia più osservato di prima, perché la vita dell’uomo si è decisamente allungata. Noi dobbiamo renderci conto che la perdita dell’udito non è una malattia, ma una condizione cronica, e infatti stiamo studiando gli effetti sull’anziano e come ottimizzare il percorso di cura. Il paradosso che stiamo vivendo da alcuni anni è che, se un bambino nasce con problemi di udito, tutta la comunità medica sa come reagire e sa come curarlo. Se invece una signora di 70 anni non sente più bene, la sua condizione a volte viene ignorata. Chi si preoccupava finora di un anziano che non sentiva bene? Tutta la società però vivrà sempre più a lungo e noi dobbiamo trovare soluzioni compatibili con un problema universale che non si può prevenire. Quindi non esistono “nuovi sordi”, ma, semplicemente, con l’avanzare dell’età della popolazione si riscontra una maggiore e più frequente perdita di frequenze.

Mi pare di capire che la perdita dell’udito sia inevitabile, a partire da una certa età. Non esiste nessuna popolazione immune da questa condizione?
Direi che il problema è globale. Secondo i nostri studi, la popolazione con pelle più scura e quindi con più melanina, sente meglio più a lungo della popolazione chiara di pelle, che ha meno melanine, pigmenti presenti anche nell’orecchio. Addirittura esistono differenze di sordità all’interno della stessa popolazione ispanica statunitense: chi è più scuro di carnagione conserva l’udito più a lungo degli stessi ispanici con carnagione più chiara.

Si parla tanto di terapia genica anche nel trattamento della sordità. Lei cosa ne pensa?
Ci vorranno ancora decenni perché la genetica possa essere efficace nel trattamento della sordità. Non è l’opzione del momento.

Quindi, qual è la miglior soluzione? Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?
Dobbiamo pensare a nuovi modelli medici e per farlo stiamo realizzando ricerche su larga scala. Per esempio stiamo studiando l’impatto e le conseguenze dell’utilizzo d’impianti cocleari negli adulti. Stiamo cercando di dare una risposta di cura efficace per chi inizia a perdere l’udito e si vergogna di dirlo. Dobbiamo ripensare a una strategia di comunicazione e anche a un nuovo modello medico. Occorre inoltre sollecitare la politica a comprendere quanto sia importante per la popolazione identificare la giusta soluzione per mantenere un buon livello di udito a tutte le età, considerato che il 70% della popolazione a rischio di udito non usa nessun dispositivo per sentire meglio. La soluzione? La migliore tecnologia e nuovi servizi di assistenza.

Lei pensa che Amplifon possa essere strategica in questa “lotta” contro la perdita dell’udito?
Amplifon è una multinazionale presente in tutto il mondo. Offre soluzioni altamente tecnologiche e un metodo di controllo per il paziente ormai collaudato. Quindi Amplifon è un ottimo player. Sono felice di essere qui e di confrontarmi con il Centro Ricerche e Studi e altri colleghi per discutere non solo lo stato dell’arte, ma anche di nuove possibili soluzioni, di modelli differenti, sia nel campo sanitario che in quello del mercato.

Professor Lin, quali sono i prossimi traguardi? Cosa sta studiando per la salute pubblica?
Abbiamo messo a punto un trial molto importante e molto costoso, con un investimento di oltre 20 milioni di dollari, dal titolo “The Aging and Cognitive Health Evaluation in Elders Study” (ACHIEVE). Lo studio [che intende monitorare per un periodo di tre anni 850 persone affette da ipoacusia di età compresa tra 70 e 84 anni, protesizzate e non - ndr] terminerà nel 2022. Le risposte saranno fondamentali per comprendere al meglio i meccanismi e le alterazioni che avvengono nei pazienti a livello cerebrale, perché è ormai noto che, più avanza l’età, più alti sono i rischi di demenza. Sono molti gli elementi che determinano il declino cognitivo, ma, secondo una ricerca presentata da Lancet, il 35% di questi può essere eliminato. Fra i vari fattori prevenibili ci sono le malattie cardiovascolari, il diabete, l’istruzione, l’isolamento, l’obesità e, ovviamente, il calo dell’udito. Ebbene, l’ipoacusia, da sola, vale il 9% del totale: si tratta della percentuale più alta rispetto ai singoli fattori che determinano il declino cognitivo. Vale la pena quindi iniziare a pensare a come mantenere il più possibile un buon udito.

Un’ultima domanda, professor Lin: quali sono le nazioni più all’avanguardia nella cura dell’udito?
Sicuramente gli Stati Uniti, l’Europa, l’Australia; direi tutti i Paesi occidentali. Purtroppo Asia e Cina sono ancora molto lontane dai nostri standard. Per noi la cura dell’udito a tutte le età sta diventando una priorità.

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La rubrica “EXPERT: i protagonisti dell’udito” presenta periodicamente interviste ai più grandi esperti esteri in tema di orecchio. Attraverso le parole degli specialisti del settore, si propone di trasmettere nuove prospettive in ambito audiologico e otologico, nonché le principali notizie sulla ricerca internazionale.